(commento prof: bene, ma si poteva approfondire la parte relativa alle rivendicazioni della popolazione nei confronti del regime. Non è stata citata la fonte di questo articolo e mancano le didascalie di foto e video.)

Le sommosse popolari in Siria del 2011-2012 sono un moto di contestazione, simile a quelli che si svolgono nel resto del mondo arabo nello stesso periodo, che interessa numerose città della Siria dal mese di febbraio del 2011.

Le proteste hanno l'obiettivo di spingere il presidente siriano Bashar al-Asad ad attuare le riforme necessarie a dare un'impronta democratica allo stato.

external image images?q=tbn:ANd9GcQ1aadttiJ7v3T_sP8ZGJ83RI_obah2gePxOvrzYLowhPnD-dN7presidente siriano Bashar al-Asad

Bashar al-Assad non ha alcuna intenzione di abbandonare la guida del paese, almeno non finché sarà una rivoluzione o una guerra civile a imporglielo. Il presidente del Usa, Barack Obama è convinto che il presidente della Repubblica siriana lascerà il potere e che ormai non è una questione di se ma di quando. E' passato esattamente un anno dall'inizio delle proteste in Siria, sulle ali del successo riscontrato dalle popolazioni di Nordafrica e Medioriente nell'ambito dell'onda lunga della primavera araba. Il 15 marzo del 2011 centinaia di siriani si sono riversati nelle strade della città meridionale di Daraa, infuriati per le violenze e abusi commessi contro un gruppo di scolari. Da allora le proteste si sono propagate di pari passo con la miseria e la violenza. Secondo le Nazioni Unite oltre 8 mila civili hanno perso la vita. Il mese scorso, mentre le cronache quotidiane parlano di torture sistematiche, stragi di civili e bombardamenti mirati, per la prima volta dall’inizio della repressione del regime di al-Assad contro la popolazione degli insorti, le autorità statunitensi hanno iniziato a prendere in considerazione anche l’opzione militare. "Nessuna soluzione e' da escludere", ha fatto sapere il Dipartimento della Difesa. Si rischia il ripetersi del caos libico. E forse peggio.

external image siriani_soldati_xin--400x300.jpg

Un nuovo rapporto diffuso oggi da Amnesty International denuncia l’incubo delle torture sistematiche vissuto dalle vittime degli arresti di massa nel corso della rivolta siriana. L’ampiezza delle torture e dei maltrattamenti ha raggiunto, secondo l’organizzazione per i diritti umani, un livello che non si vedeva da anni e che ricorda il periodo nero degli anni Settanta e Ottanta.

In virtù di una legge del 1963 che impedisce le manifestazioni di piazza, il regime ha proceduto a sopprimere, anche ricorrendo alla violenza, le dimostrazioni messe in atto dalla popolazione, provocando un numero fin ora imprecisato di vittime tra i manifestanti e le forze di polizia.

La Siria è sotto stato di emergenza dal 1962, il che di fatto sospendeva la maggior parte dei diritti costituzionali dei cittadini siriani.

Dopo la "rivoluzione del 1970", il presidente Hafiz al-Asad ha guidato la Siria per circa 30 anni, censurando qualsiasi partito politico di opposizione e qualsiasi candidato.

La notizia della successione del potere tra padre e figlio dette inizio alle manifestazioni di Latakia del 1999, dove si ebbero proteste violente e scontri armati, a seguito delle elezioni per l'Assemblea Popolare. A scatenare gli incidenti fu una faida tra Hafiz al-Asad e suo fratello minore Rifaʿat. Furono uccise due persone negli scontri a fuoco tra polizia siriana e sostenitori di Rifaat. Fonti dell’opposizione invece dicono che ci furono centinaia di morti e feriti. Hafiz al-Asad morì un anno dopo. Gli succedette Bashar al-Asad.

Bashar venne definito come “ispiratore di speranza” per le riforme e la “Primavera di Damasco” ebbe inizio nel gennaio 2000 con intensi dibattiti sociali e politici.

external image images?q=tbn:ANd9GcRhAxCAz3BDcpYfcPhbzd1IjQToNSFE4k19lNtFH1ZbKZpUc2ls

Amnesty International: eventuale missione Onu in Siria monitori e riferisca sulle violazioni dei diritti umani

All'indomani dell'approvazione, mediante dichiarazione del presidente del Consiglio di sicurezza dell'Onu, del "piano in sei punti" proposto da Kofi Annan sulla Siria, Amnesty International ha sollecitato lo stesso Annan, il Consiglio di sicurezza e la Lega araba a includere nel mandato di un'eventuale missione Onu nel paese il compito di indagare e riferire sulle violazioni dei diritti umani, crimini contro l'umanità inclusi. "È fondamentale, per Amnesty International, che di un'eventuale missione facciano parte osservatori sui diritti umani, in grado di riferire e documentare i crimini che accadono sul campo" - ha dichiarato da New York José Luis Díaz, rappresentante di Amnesty International presso le Nazioni Unite. "Il governo siriano continua a impedire l'ingresso degli osservatori sui diritti umani delle organizzazioni internazionali e della Commissione d'inchiesta del Consiglio Onu dei diritti umani. Per questo, la missione Onu diventa ancora più importante". La Commissione d'inchiesta del Consiglio Onu dei diritti umani ha confermato le conclusioni delle ricerche di Amnesty International, secondo cui in Siria stanno avendo luogo crimini contro l'umanità. La raccolta di documentazione da parte di osservatori sarebbe pertanto essenziale, al fine di avviare provvedimenti, sulla base del principio della giurisdizione universale, attraverso processi equi e senza il ricorso alla pena di morte. Riguardo al "piano Annan", Amnesty International ha constatato che molti degli impegni contenuti nei "sei punti" erano stati già assunti dal governo siriano nei confronti della Lega Araba, alla fine del 2011, senza mantenerli, come verificato dagli osservatori della stessa organizzazione. La proposta di Annan prevede che le autorità siriane "intensifichino la velocità e il numero dei rilasci delle persone detenute arbitrariamente", ma non indica chi dovrebbe verificare che ciò accada. In precedenza, questo compito era stato affidato alla missione della Lega araba, che aveva accertato il rilascio di due terzi dei 7604 detenuti di cui le autorità siriane avevano annunciato la scarcerazione. Tuttavia, secondo informazioni attendibili, altri detenuti erano stati nascosti agli osservatori e migliaia di altri erano rimasti in carcere. Difensori dei diritti umani siriani hanno i nomi di oltre 18.000 persone attualmente in carcere e stimano che questa cifra rappresenti meno della metà del totale dei prigionieri. Il "piano in sei punti" prevede inoltre che il governo "cessi immediatamente l'avanzata delle truppe e l'uso di armi pesanti nei centri abitati e inizi il ritiro dai centri abitati e dai loro dintorni". La Lega araba aveva tentato di verificare il ritiro di "tutti gli elementi armati" dalle città e dai quartieri residenziali. Secondo resoconti credibili, mezzi da combattimento erano tuttavia rimasti nelle zone abitate, nascosti nei cortili o ridipinti di bianco per camuffarne l'aspetto. "Se questi sei punti venissero onorati in buona fede dal governo di Damasco, si tratterebbe di un passo avanti importante per migliorare i diritti umani dei siriani. Ma il principale obiettivo del governo, da quando un anno fa è iniziata la rivolta, è stato quello di stroncare l'opposizione quasi a ogni costo, in termini di vite umane e dignità. Questo piano necessita di un fondamentale cambio d'approccio". Amnesty International ha ricevuto i nomi di oltre 7200 persone uccise nel corso delle proteste e della rivolta.

intervista a Shady Hamadi

Sitografia

Wall Street Italia (Daniele Chicca)
Amnesty International (comunicato del 23-3-2012)