(commento prof: abbastanza bene, ma le parti relative al ruolo di internet nella Primavera Araba potevano essere approfondite maggiormente. Non avete citato le fonti degli articoli, mancano alcune didascalie di foto e video. Il layout del vostro articolo andrebbe migliorato per facilitare la lettura )

I social network nel mondo arabo: nuovi strumenti per nuovi protagonisti

Quando si parla di Social Network, si fa espressamente riferimento a due in particolare, sia per importanza mediatica sia per numero di utenti: Twitter e Facebook.

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Il primo, fondato e lanciato tra marzo e luglio del 2006, dà la possibilità ai suoi utenti di comunicare fra di loro al fine di scambiare e condividere informazioni istantaneamente entro un massimo di 160 caratteri (Tweet). Twitter viene spesso descritto come un sito per “microblog”, o come “l’SMS di internet” ed è classificato nella top-ten dei siti più visitati della rete. La sua straordinaria popolarità è testimoniata dagli oltre 200 milioni di account individuali che generano circa 190 milioni di tweet al giorno e 1,6 miliardi di ricerche. L’uso di Twitter, uno strumento che ben si adatta alle esigenze di chi intende riportare un avvenimento in tempo reale, diviene tanto più intenso quanto più si un avvicina un evento importante, e, soprattutto, dopo il suo inizio. Ad esempio, durante i
Mondiali di Calcio 2010, è stato segnato il record di 2940 tweet al secondo. Questa forma di comunicazione globale influenza la modalità in cui un gruppo di persone riceve un’informazione, dando loro l’opportunità di formarsi un’opinione, beneficiando dell’apporto di molteplici punti di vista, su un avvenimento che altrimenti non avrebbero avuto la possibilità di apprendere o di approfondire nello stesso modo.

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La valenza politica insita in un servizio del genere è presto venuta alla luce,
in occasione delle citate proteste in Moldavia ed in Iran nel 2009. In
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quest’ultimo caso, a rimarcarne il ruolo politico, il Dipartimento di Stato
statunitense aveva preso addirittura l’insolita iniziativa di chiedere a
Twitter di rimandare la manutenzione programmata del proprio sito, che
altrimenti sarebbe stato offline proprio all’apice delle proteste elettorali a
Teheran.
Facebook è stato, invece, lanciato nel febbraio del 2004. Facebook
consente agli utenti di creare un profilo personale tramite il quale è
possibile interagire con i profili di amici e conoscenti ed è inoltre possibile
unirsi a gruppi di interesse organizzati secondo i criteri più disparati,
dall’appartenenza ad una scuola, università o ufficio, a qualsiasi altra
caratteristica che accomuni i profili di utenti diversi.
A luglio 2011, il servizio conta 750 milioni di utenti, con la regione
mediorientale in evidenza per il maggior numero di nuove utenze. In forte
espansione è anche l’utilizzo del servizio da cellulari e altri apparecchi
mobili, dai quali si collegano ben 250 milioni di utenti.
Facebook è il più comune e popolare fra i social network utilizzati nel
mondo arabo. Il numero complessivo di utenti nella regione si attesta
intorno ai 27,7 milioni di persone (ad aprile 2011), circa il doppio rispetto
all’anno precedente e il 30% in più rispetto all’inizio dell’anno. La media
regionale per la diffusione di Facebook è passata dal 6% alla fine del 2010

a circa il 7,5% ad aprile 2011.
Non propriamente classificabili come Social Network, ma con un ruolo
simile per quanto riguarda la diffusione di informazione a livello globale,
bisogna citare alcune comunità online sorte nell’ambito del fenomeno noto
con il neologismo di “NetActivism” e che dall’inizio delle rivolte arabe
hanno svolto la funzione di vere e proprie “ONG virtuali”.
Alcune di esse, come Avaaz (con oltre 9 milioni di iscritti e sede fisica
negli Stati Uniti) si sono specializzate nella comunicazione “verticale” tra
società civile e Governi, organizzando campagne di sensibilizzazione e
raccolte firme ed indirizzando petizioni a Governi e organizzazioni
internazionali, come l’ONU o l’Unione europea. Altre, come “We Rebuild”
e “Telecomix”, hanno concentrato i loro sforzi nelle azioni di controcensura,
come la messa a disposizione di proxy internet anonimi per gli
utenti sottoposti a censura, la distribuzione di vecchi modem (i quali,
sfruttando tipologie di connessione diverse da quelle attuali, possono
talvolta aggirare il blocco della banda) o la creazione di un database sul
modello Wiki (ossia a modifica aperta da parte degli utenti) sugli episodi di
censura e le possibili contromisure.
Inoltre, la comunità virtuale Anonymous, che raggruppa hacker di vari
paesi, ha assunto un ruolo importante nella contro-censura, soprattutto in
Tunisia ed in Egitto, dove è riuscito nell’intento di oscurare i siti internet
del Governo e a diffondere messaggi ai rivoltosi attraverso gli stessi siti.
Tale comunità ha cercato anche di veicolare la diffusione dei cablogrammi
di Wikileaks, organizzazione senza scopo di lucro con sede fisica in Svezia.

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Casi a confronto

Uno degli eventi simbolo della “Primavera Araba” è stata sicuramente la morte, il 4 gennaio, del giovane tunisino Mohamed Bouazizi a seguito delle ferite riportate dopo essersi dato fuoco in protesta contro le autorità di Tunisi. Le manifestazioni avvenute a seguito di questo avvenimento sono state sempre più massicce, fino a causare la caduta del Presidente Ben Ali. In partenza, la copertura da parte dei media internazionali su questi eventi è stata minima. In pochi in Occidente credevano che la morte di Bouazizi potesse essere la miccia per una protesta che avesse delle conseguenze interne, men che meno che andasse oltre i confini tunisini per contaminare l’intera area. E infatti, della prima parte degli avvenimenti tunisini la stragrande maggioranza delle informazioni era reperibile principalmente tramite Twitter. Questo Social Media ha, infatti, avuto la funzione di incredibile diffusore di informazioni in un momento che si è poi dimostrato avere una portata storica.
Inoltre, indubbiamente, Twitter e l’altro principale Social Network, Facebook, sono stati un significativo mezzo per l’organizzazione delle manifestazioni. Questo è avvenuto non solamente in Tunisia, ma anche negli altri Paesi della zona contagiati dalla “Primavera Araba”.
fatta eccezione per la Siria, Facebook è stato utilizzato in tutti i Paesi come uno dei mezzi di comunicazione attraverso il quale organizzare le varie manifestazioni. Da sottolineare, però, è il vario grado di accesso a Facebook in questi Paesi che, comunque, rende abbastanza di nicchia l’utilizzo di questo media. Ad esempio, per quanto riguarda l’Egitto, si può considerare marginale l’importanza di Facebook nel coinvolgimento della popolazione nelle proteste poiché con una diffusione del 5,5% (percentuale calcolata mettendo in relazione i numeri di utenti di Facebook in Egitto rispetto al totale della popolazione) non si può ritenere preponderante questo Social Network rispetto alla massa di persone scesa in piazza non solo al Cairo, ma in tutto il Paese. Dunque, se si esclude il Bahrain, dove l’utilizzo è al 32%, Facebook ha sì avuto un ruolo, soprattutto tra i giovani, ma non così preponderante come inizialmente si è pensato. A tal proposito, si deve notare, comunque, che il numero di utenti è generalmente cresciuto dall’inizio delle proteste in Tunisia.

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Rimane il fatto che la rete di internet è stata di fondamentale importanza per la condivisione di contenuti (testi, foto, video) che altrimenti non avrebbero passato la censura degli organi istituzionali di questi Paesi. Ma, proprio per il carattere poco controllabile della rete, i Governi non sono riusciti ad arginare questa “minaccia”, nonostante vari interventi per riportare la rete sotto controllo.
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Significativo è il caso dell’Egitto. Le autorità del Cairo hanno, infatti, spento la rete internet per circa cinque giorni. Tale decisione ha totalmente tagliato fuori il Paese dalle comunicazioni con il resto del mondo, determinando non solo l’isolamento di una città come Il Cairo, uno dei centri politici, economici e intellettuali dell’intera regione, ma anche il blocco delle attività finanziarie ed economiche, con conseguenti perdite importanti. Tale tentativo ha dimostrato l’inutilità (anche perché le manifestazioni sono andate avanti), ma, soprattutto, una reale impossibilità di impedire l’accesso alla rete internet in un Paese così globalmente interconnesso come l’Egitto. Senza contare i danni economici derivanti da una tale scelta, che vanno ben al di là di possibili benefici per il regime.
Qui potete vedere cosa è accaduto in tunisia non solo a MOHAMED BUHAZIZI